Boh & Mah e la Vigilia dei Semi

Il rumore che da giorni proveniva dal capanno degli attrezzi di Boh non si era mai sentito e, non smetteva.

Anche la civetta Tà che solitamente vegliava l’orto di Boh appollaiata sullo steccato non ne poteva proprio più.

Rumori di ogni genere: martellamenti, sfrigolii, tonfi, botte e stridulamenti vari intercalavano la giornata del coniglio.

Molti degli abitanti del Bosco Fatato cercavano di stare alla larga il più possibile anche se la curiosità li consumava.

Anche il Vigile Arboreo notoriamente serio e poco propenso a farsi i fatti altrui purché non disturbassero la quiete e l’armonia del bosco, si era convinto a controllare meglio cosa stesse facendo Boh, il coniglio parlante.

E così incaricò due donnole, Nonnò e Lellè a dare una sbirciatina nel capanno di Boh.

L’unico abitante del bosco fatato che non si era minimamente preoccupato di tutto quel trambusto capannifero era il Guardiavita, una specie di controllore che verificava che tutti avessero qualcosa da fare, per non sprecare appunto la vita.

Dalla piccola finestrella che faceva filtrare la luce nel capanno, ogni tanto si intravedeva l’ombra di un lungo orecchio, la sagoma di una scala, quella di un martello, di una zappa o di una grossa scatola colorata. E andava avanti così da tempo.

Le donnole alfine erano tornate a riferire al Vigile Arboreo, il quale sorrise, cosa assai rara data la sua notissima serietà, e se ne andò, con enorme disappunto da parte di un gruppo di abitanti del Bosco Fatato che si erano radunati per sapere qualcosa di più. Anzi il Vigile Arboreo sollevò un’ala in segno inequivocabile di sgomberare e tornare ai propri compiti e attività. E il rumore riprese.

In realtà non c’era nulla di segreto in quello che stava facendo Boh, semplicemente sistemava zappe, rastrelli, vasi e vasetti e, soprattutto, preparava i regali per tutti i suoi amici. I regali che di solito gli abitanti del Bosco Fatato si scambiavano il giorno della Festa dei Semi.

Il bosco stava cambiando. Cambiava sempre per rimanere uguale. Le foglie si erano fatte rosse, e poi gialle, finendo in coriandoli dorati trasportati dal vento del nord.
Il sole ingobbito e basso sull’orizzonte faticava a scaldare la terra inumidita dalle piogge d’autunno, così come il dolce profumo d’erba falciata era un ricordo lontano. Il muschio riempiva con il suo odore caratteristico le narici e confondeva i nasi di molti abitanti del Bosco Fatato. L’inverno era arrivato e Boh, non se ne era nemmeno accorto.

Anche il Bosco Fatato aveva una sua festa d’inverno e, come nelle migliori tradizioni boschifere, tutti interrompevano per qualche giorno le loro occupazioni per dedicarsi alla preparazione della Vigilia del giorno dei Semi.
Il Giorno dei Semi era forse il più importante di tutto l’anno. Si ringraziava il ciclo della vita che partiva ad esempio da un piccolo seme per poi diventare una quercia maestosa.
Sicuramente la domanda più ovvia era se era apparso prima il seme o prima il fiore sulla pianta, ma questa è un’altra storia. Torniamo quindi al nostro Bosco Fatato.

Boh non si vedeva da alcuni giorni, la cosa era passata inosservata dato che tutti erano indaffarati a preparare la Vigilia della festa dei Semi. I suoi vicini sapevano che era rinchiuso nel capanno a far rumori, gli altri, semplicemente, non ci avevano fatto caso.

Anche Mah nella sua piccola casetta ai bordi del lago rosa, sulla collina rosa, protetta da una draghessa rosa, stava sistemando i petali di rosa per abbellire la cucina. Ecco più che abbellire, cercava di dissimulare il caos totale che regnava sul bancone, sulle mensole, sopra la cappa del camino, negli angoli angolarmente nascosti, sul tavolo, sulle sedie e, pure sul lampadario.

Era tutto un ribollir di pentole, sfrigolar di padelle e sbuffi alti tre gnomi che si levavano dai due forni. Quella Vigilia avrebbe cucinato per Boh e per tutti i conigli del bosco, che poi a contarli tutti facevano uno. Appunto solo Boh.
Un viaggiavaso volò sopra la mensola più alta impaurito di essere scambiato per una pentola.
Quindici lucciole si erano chiuse a chiave in una lampada su soffitto per non venir usate come accendini. Anche Pistacchio, il gatto verde di Mah, si era infilato sotto al camino tra la legna da ardere osservando da quella posizione sicura le mosse dell’elfo.

Due libri di ricette svolazzando sopra al tavolo da cucina avevano iniziato a litigare tirandosi a vicenda per le pagine bianche.

 

I libri delle ricette di Mah erano imperdibili: nel senso che non sarebbero mai volati fuori dalla casa di Mah, per questo, il fatto di stare sempre insieme, li rendeva litigiosi. Per fortuna, Elferbe, il volume rilegato in filo d’oro e pagine d’argento, con la sua vecchia e innata saggezza, redimeva i litigi con qualche piccolo tocco di magia.

Elferbe era il libro più prezioso della libreria di Mah che conteneva oltre 19.999 libri e sicuramente meno di 10.000. Elferbe aveva il numero 19.999 e un po’.

Si narra che Elferbe fosse stato scritto dal primo elfo che aveva abitato il Bosco Fatato, colui il quale aveva imparato tutte le lingue degli alberi, dei fiori, delle rocce, delle acque e perfino dei fili d’erba. Con tutte quelle conoscenze aveva scritto il libro usando una piuma caduta da una fenice appena rinata. Erano segreti, formule e storie che solo un elfo saggio avrebbe potuto scrivere. Le istruzioni della vita con qualche dispetto. Gli elfi si sa hanno un senso dell’umorismo particolare.

Molti avevano cercato nei secoli di impossessarsi di Elferbe e, quei pochi che ci erano riusciti, l’avevano poi restituito perché ai loro occhi tutte le pagine erano più bianche di un fiume di latte.

Solo gli occhi di un elfo o di qualche creatura speciale potevano leggerlo.

Mah consultò ancora una volta la lista della spesa che aveva preparato spuntando i prodotti sparsi in trenta cestini tutti allineati a caso sul tavolo. Si alzò soddisfatta ma con un senso di vuoto, mancava qualcosa. E così per la trentottesima volta ricontrollò ogni singolo cestino con la lista in pergamena che aveva tra le dita quasi accese.

Arrivata all’ultimo cestino si sentì mancare il fiato! Non c’era l’ultimo fiore di carota blu: un componente fondamentale per la torta della Vigilia della festa dei Semi.

Le cedettero le gambe e la poltrona in velluto rosso attraversò di corsa tutta la casa di Mah abbracciandola al volo prima di cadere rovinosamente a terra. Anche Pistacchio corse fuori dal suo nascondiglio cercando di dar sollievo a Mah saltandole sulle ginocchia e iniziando a fare le fusa.
Come era possibile che mancasse l’ultimo fiore di carota blu? Era disperata. Eppure aveva istruito tutti i viaggiavasi del suo cortile a recuperare i prodotti che le servivano, perché mancava proprio quello?

Inutile interrogare i viaggiavasi, erano fatti apposta per portare le cose e non per far salotto.
Riprese in mano la lista della spesa, il viaggiavaso mancante era quello che sarebbe dovuto andare all’orto di Boh per farsi consegnare l’ultimo fiore di carota blu.

Non c’era tempo da perdere, diede istruzioni a sette mestoli, due forchettoni e tre canovacci per curare le pietanze che cuocevano sul fuoco, si infilò in uno dei suoi 128 cappotti di tutti i colori purché rossi, prese una sciarpa lunga come un campo da calcio e saltò nella vasca da bagno ormeggiata nel lago.

La vasca da bagno volante che aveva usato nel paese di Laperlì con Boh quando avevano riportato a casa Già, il panda nano, era arrivata due giorni prima, dopo un lungo viaggio.
Siccome la casa di Già era stata distrutta da Sciòlà, la strega cattiva, la vasca volante non aveva un posto dove stare e così aveva accompagnato un viaggiavaso nella lunga strada di ritorno verso il Bosco Fatato.

Il viaggio era stato molto difficile anche perché lei, la vasca, e il viaggiavaso che aveva portato le amiche di Mah, Và e Là, nel paese di Laperlì, si erano dovute alternare al trasporto di un elefante viola che non ne voleva sapere di restare a Laperlì.

Per la cronaca adesso l’elefante, anzi a dirla tutta un’elefantessa, anzi per essere precisi Sasà, pascolava felice nella radura di erba rosa di fianco al lago rosa che lambiva la casetta rosa protetta dalla draghessa rosa di Mah.
Un grosso punto di viola serviva a mitigare tutto quel rosa si era detta Mah accogliendo l’elefantessa Sasà nel suo giardino.

E così, salutando con la mano la sua nuova amica e vicina di casa, Mah, fece decollare la vasca da bagno volante in direzione dell’orto di Boh.
Faceva un freddo polare. Mah teneva la testa appena oltre il bordo della vasca e, manovrando i rubinetti, la fece volare più veloce che poteva sopra le cime degli alberi del Bosco Fatato.

Il vento le faceva diventare le dita blu (si era dimenticata i guanti nella fretta) e lacrimare gli occhi, non usciva spesso di casa e quel fuori programma in fondo le stava facendo respirare una buona aria boschiva, le piaceva l’odore di resina di pino che si rotolava bagnata dai primi fiocchi di neve.

Il viaggio fu se non altro breve e presto atterrò appena fuori dal recinto dell’orto di Boh

Etta la civetta appollaiata sulla recinzione dell’orto di Boh, svegliata dal rumore dell’atterraggio della vasca da bagno volante di Mah spalancò le ali come a sbarrare la strada all’elfo e con la sua vocina stridula iniziò a farle domande a mitraglia:
– Dooove vaaai?
– Cooosa faaai?
– Maaah chi sei?
– sono Mah. Rispose Mah senza scomporsi, anzi aggiustandosi un ciuffo di capelli rossi che immancabilmente le aveva coperto parte del viso.

– Maaah che nome è Maaah. Ripeté Etta la civetta strascicando le parole.

– Senti non ho tempo da perdere a civettare con una civetta civettuola, ho bisogno di Boh.

– Boooh, Maaah, ma chi ve li ha dati questi nomi e chi conosce Boh? Continuò la civetta senza neppure guardarla in faccia.

A questo punto Mah stava veramente perdendo la pazienza e, nonostante fosse riconosciuto il suo immenso amore per le creature del bosco, stava seriamente pensando di includere la civetta nel menù della sera. Per questo motivo le dita che prima erano diventate blu dal freddo adesso erano di un rosso acceso alquanto pericoloso.

Per fortuna Boh aveva sentito tutto quel vociar di civetta e, incuriosito, era uscito a vedere cosa stesse succedendo al limitare del suo orto.

A dire il vero adesso ci voleva una bella fantasia a definirlo orto, una distesa di terra dissodata e non quel tripudio di colori e odori allineati che potevi vedere e annusare in primavera e in estate.

 

Poteva essere facilmente scambiato per un campo qualsiasi se non per un Viaggiavaso sistemato a testa in giù nel bel mezzo dell’orto.

– Ecco il mio Viaggiavaso! Esclamò Mah, scavalcando civetta e steccato dirigendosi verso il Viaggiavaso che iniziò a tremare.

Mah stava quasi per prendere il Viaggiavaso ma si accorse che tremava così forte quasi da saltellar sul posto.

– Ferma Mah! La bloccò Boh la voce possente del coniglio appena in tempo.

Nel dubbio Mah si fermò con le dita a sfiorare il Viaggiavaso, Boh parlava poco da serio e adesso la voce era proprio quella di un coniglio serio, e così, avvicinandosi all’elfo le spiegò perché non doveva toccare il Viaggiavaso.

– Si da il caso che quando è arrivato il tuo Viaggiavaso per prendere l’ultimo fiore di carota blu, a causa del tempo bizzarro, il fiore non si era ancora schiuso. Forse per via del vento e del freddo, pertanto ho chiesto al Viaggiavaso di sedersi a testa in giù sul ciuffo di carota blu in modo da proteggerlo e gli ho fatto giurare di non muoversi da lì.

Ecco perché, poverino, il Viaggiavaso tremava spaventato! Non sapeva se dar retta a Boh oppure a Mah.

– Senti Boh, poche scuse, senza l’ultimo fiore di carota blu la torta della Vigilia della festa dei Semi non si può fare, quindi nada torta, nada festa, nada festa, nada cena, nada cena, nada….

– Hooo capito! Fermati Mah e guarda.

Boh, estrasse da una delle sue tasche pelose una boccetta di profumo, si chinò proprio in prossimità del buchino che c’è sul fondo dei vasi e diede tre piccole spruzzate.

Un intensa fragranza si sparse nell’aria, mandarino, pan di spezie, anice, neve del nord e patchouli. Il coniglio fece un sorriso sornione, prese delicatamente con due zampe il Viaggiavaso e, lo sollevò adagiandolo per il verso giusto di fianco ad un bellissimo ciuffo di carota blu.

Mah stava per protestare perché non si vedeva alcun fiore. Boh, le mise un polpastrello sulle labbra come a zittirla, fece dondolare le orecchie e si spostò di tre quarti per far arrivare l’ultimo raggio di sole dell’autunno e il primo raggio di luna d’inverno. E così, l’ultimo fiore di carota blu dell’orto di Boh, si dischiuse.

Con una zappetta estrasse la carota con il suo fiore e la depose nel Viaggiavaso che, senza ordini ulteriori, partì in direzione della cucina di Mah.

L’elfo rimase immobile per un tempo che ancora adesso non ricordava, intenta a respirare il profumo speciale di Boh. Quando finalmente si ridestò da quel torpore era sdraiata nella vasca da bagno volante quasi in vista del suo comignolo fumante.

A Boh piaceva fare i regali per la Vigilia della festa dei Semi, nel capanno aveva lavorato parecchio tempo e adesso era pronto a raggiungere Mah per la cena. Si incamminò con un grande sacco sulle spalle passando a chiamare tutti i suoi amici del bosco.

Si era scordato che l’invito a cena era solo per lui e così, lungo il cammino verso la casetta di Mah si aggiunsero un sacco di amici: gufi, civette, orsi, barbagianni, le amiche di Mah Và e Là, tre castori, due lepri, il Vigile Arboreo e le sue donnole spione e molti altri abitanti del Bosco Fatato che non si sarebbero mai fatti scappare l’occasione di mangiare alla tavola di Mah.

Quando Mah aprì la porta per poco non fece un grido alto come la montagna poi, visto il sorriso di Boh, li fece accomodare tutti al suo lunghissimo tavolo.

Dopo cena le creature del Bosco Fatato iniziarono a scambiarsi doni, Boh si fece largo tra la folla, i pacchetti spacchettati e i nastri snastrati per consegnare il suo regalo a Mah. Aveva lavorato giorni e notti per confezionare a Mah un paio di stivali del blu di Boh, Mah ne era felice e non sapeva cosa regalare a Boh, si era fatta persuasa di non essere capace a far regali. Stava per leggere la delusione negli occhi di Boh quando gli porse una piccola cesta coperta da un tovagliolo a quadretti blu e rossi.

Tutti smisero di vociare e spacchettare fissando la cesta che passava dalle mani di Mah a quelle di Boh.

Anche la neve aveva smesso di cadere e i fiocchi si erano fermati nell’aria per non rovinare il momento.

Boh, un po’ impaurito ma non troppo, sollevò il tovagliolo. Cento occhi si allungarono per vedere il contenuto.

-Ooooh fecero gli occhi all’unisono.

– è vuota! Disse con vocina tremante Ripé una delle due lepri.

– No! Rispose il Vigile Arboreo con tono pacato.

Come non è vuota? Chiesero tutti gli occhi che avevano visto il vuoto.

– Ma abbiamo tutti visto che è vuota! Insistette Ripé la lepre.

– Voi avete visto ma non avete guardato. Mah ha fatto il regalo più bello del Bosco Fatato e tutti noi in questo giorno speciale dovremmo imparare da lei. Mah ha regalato a Boh il suo tempo, la cesta è piena del tempo di Mah.

Regalare cose e oggetti è facile, confezionarli più difficile, ma il regalo che ognuno di noi può fare all’altro è il proprio tempo.

Il Vigile Arboreo non finì la frase che trentadue grilli musichieri iniziarono a suonare scatenando le danze della Vigilia della festa dei Semi.

Ancor oggi se vi capita di passare vicino a un lago rosa, in cima alla collina rosa vedrete una casetta rosa con sopra una draghessa rosa che veglia, se chiuderete gli occhi potrete ancora vedere la musica, le risate e un lieve profumo di patchouli.

Buona Festa dei Semi.
Ivo A. Nardella
biografo ufficiale delle avventure di Boh e Mah